30-05-06: giro infrasettimanale (Ruota)

Parto, con la testa altrove, piena di pensieri, controvoglia. Nonostante il vento favorevole che rende il 32-11 troppo corto anche nel falsopiano asfaltato verso le colline, mi sembra di fare una fatica immane a mettere una pedalata dietro l'altra. L'aria è tersa e sottile e posso vedere le creste dove fra un pò passerò. Vola di tutto, foglie, fiori, polvere e polline, ne stò imbarcando una marea in questi giorni e l'antistaminico a tratti mostra la corda. Le prime salite sono dure ma conosco troppo bene questo giro per non sapere quanto dista il metro che sto percorrendo dall'ultimo. Già quando il wosh-wosh dei copertoni tace per far posto al fruscio dello sterrato comincio a sentire che stò cominciando ad entrare in sintonia con ciò che mi circonda ed i brutti pensieri acquistano una dimensione più ridotta. Alla prima discesa la concentrazione su quello che stò facendo prende il sopravvento e mi libero da ogni condizionamento esterno, sono io, la bici, questa bici in particolare, che è come una mano per me, ed il percorso senza segreti che si snoda sotto le ruote, come una musica nota ma che non smetterei mai di ascoltare. Più vado avanti meno sento la fatica e mi sembra di entrare in una sorta di flusso ritmico di salite, discese, curve, rettilinei e curve. E salgo, salgo fino a non aver alcun altro metro di salita da fare, ora. 360° di vista intorno a me, la pianura che finisce nella foschia, sopra la quale svettano le Alpi e più vicino come una carrellata il Penice, Colletta, Boglelio, Chiappo, Ebro e Giarolo e poi giù in fondo, verso il mare la piramide del Tobbio ed ancora più in là quello potrebbe essere addirittura il Beigua. Ora sono in pace, non vorrei essere altrove da qui, in questo momento. Mi sposto, in silenzio, in un silenzio ove anche la ruota libera tace e c'è solo il rumore dell'aria che sposto intorno a me e della vita che dalla natura emana. Sorprendo una grossa lepre sul sentiero, mi guarda ritta sul posteriore prima di schizzare avanti, la ritrovo all'uscita della curva successiva, sembra aspettarmi, riparte, ora il sentiero è in discesa, guadagno terreno, decide di smettere di giocare e sparisce nel bosco. Torno al sole ed alla salita ma oggi non si suda, parte un rapace sopra di me e plana nel vento, plasmando l'aria con le ali. Mi godo le discese cercando di assecondarne il ritmo come in un ballo, oggi non deve comandare nessuno, le ruote devono passare leggere senza quasi sollevare polvere seguendo il fluire del terreno. Il bello di questo giro è che ti deposita gradatamente a valle, ti restituisce alla pianura gradualmente, con piccole risalite che procrastinano quella sensazione di tuttofinitosubito che sovente hanno i percorsi collinari. E sono in fondo, al paese dove ritrovo l'asfalto e me la prendo comoda controvento per tornare a casa, sereno.

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